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martedì 19 giugno 2012

Stupido foglio bianco



La sveglia sembrò suonare più forte del solito quella mattina. Max dormiva ancora profondamente quando venne destato dall’insistenza intermittente del trillo.
Provò a nascondere la testa sotto il cuscino, mentre allungava una mano per cercare di fermare la sveglia. “Drin, drin, drin...”.
Con fatica trovò il pulsante d’arresto, lamentandosi nel dormiveglia del mattino.
“Ancora un giorno e poi … vacanza!!” – esclamò fra sé e sé.
Aspettò ancora qualche minuto e infine si alzò stropicciandosi gli occhi.
In cucina la sorellina più piccola stava facendo colazione con latte e biscotti davanti alla televisione accesa.
“Buongiorno Max, che brutta cera hai oggi” gli disse senza distogliere lo sguardo dal televisore.
Max si stirò e sbadigliando prese una tazza versandosi del latte ancora caldo.
“Giorno – rispose in modo sbrigativo – Mamma è già uscita vero?”
La sorellina annuì continuando a guardare la televisione.
Non si dissero altre parole fino a quando non furono entrambi pronti per uscire di casa, e si avviarono per la stradina che portava alla fermata dello scuola bus.
L’aria fredda e pungente sferzava i loro visi, ed il cielo era velato di grigio ma non pioveva.
Max teneva per mano la sorellina come faceva tutte le mattine, mentre percorreva il vialetto della piccola villetta dove abitava, in Santa Clara Avenue, nella periferia nord di Ithaca, California.
Suo padre, Ulisse, era partito per un lungo viaggio di lavoro, imbarcato su una nave mercantile in giro da qualche parte per il mondo, sarebbe ritornato solo per la vigilia di Natale, e lui era impaziente di rivederlo.
La madre lavorava in un grande centro commerciale, e quando si avvicinavano le feste, spesso era costretta ad uscire di casa al mattino presto, lasciando a Max il compito di occuparsi della piccola Clarence.
Era una sensazione che lo faceva sentire grande, quella di occuparsi della sorellina e lui ne andava orgoglioso e fiero.
Lo scuolabus arrivò puntuale come tutte le mattine, e sulla soglia della scuola si salutarono con un cenno della mano.
Max, si avviò per il corridoio che portava alla classe in compagnia di alcuni amici.
Era la vigilia delle vacanze di Natale e tutti si sentivano elettrizzati.
Perfino la maestra sembrava non aver molta voglia di lavorare, così disse a tutti di prendere un foglio e assegnò un compito.
“Bene ragazzi, oggi vorrei assegnarvi un compito diverso dal solito. Niente storia, geografia o matematica. Vorrei che ciascuno di voi esprimesse cosa si aspetta dal Natale, nel modo che più gli aggrada. Potete disegnare, scrivere una poesia, fare un tema. Oggi vi lascio scegliere, l’importante è che possiate esprimere ciò che per voi rappresenta il Natale”.
La classe fu scossa da un leggero fremito di entusiasmo, mentre Max incredulo si grattò il capo non troppo convinto.
“No, uffa, non era meglio una bella partita di basket?” pensò.
Svogliato rimase davanti al foglio bianco senza sapere cosa fare.
Non sapendo disegnare molto bene decise di scrivere un tema, anche se ben sapeva di non essere una cima in lettere.
Guardò i suoi compagni e li vide tutti presi dal loro lavoro. Alcuni avevano già disegnato sui loro fogli l’immagine di Babbo Natale con tanto di slitte e renne, altri un abete ricoperto di luminose palline colorate, lui invece era ancora indeciso su cosa fare.
Il tempo passava, ma il foglio rimaneva bianco. Nulla sembrava volesse uscire dalla penna che teneva nervosamente fra le mani.
Si mise a guardare fuori dalla finestra, poi improvvisamente iniziò a scrivere.
“Stupido foglio bianco, eccomi qui come sempre incapace di scrivere. Tu lo sai bene che non ci so fare con le parole. Ti vedo sai, che ti stai burlando di me. Li riconosci subito quelli che hanno difficoltà a mettere due parole in croce, vero?
Certo, preferisci quelli che invece appena ti vedono si buttano a capofitto su di te e ti riempiono di parole e parole.
Beh, purtroppo io non sono tra quelli, e ad essere sincero non mi dispiace nemmeno. Ognuno ho i suoi difetti, io son fatto così: non mi riesce bene a scrivere.”
Mentre scriveva, Max fu assalito da una strana sensazione: non gli era mai piaciuto così tanto scrivere come quella mattina.
Le parole all’improvviso gli scaturivano spontanee senza nemmeno doverci stare a pensare su troppo.
“Ora però che ci penso, anche tu, “stupido foglio bianco” senza di noi saresti a corto di parole, non trovi? Quindi come vedi forse abbiamo più cose in comune di quanto tu non possa immaginare. E scommetto che muori d’indivia per non essere uno di quei fogli di giornale pieno zeppo di parole e titoloni e immagini.”
Sorrise soddisfatto di sé, mentre rileggeva l’ultimo verso mordicchiandosi la penna.
“Dunque, tu “stupido foglio bianco” vorresti sapere cosa mi aspetto da questo Natale.
Che pretesa!! Se solo lo sapessi, forse, e guarda che sono gentile a dire forse, potrei scrivertelo. Il bello è che proprio non so cosa aspettarmi da questo Natale. Non credo che sarà diverso da tutti quelli che ho trascorso fino ad oggi e non vedo motivi per cui dovrebbe esserlo.
Del resto, basta che leggi uno di quei fogli di giornale che tanto invidi, per renderti conto che il regalo più bello che ci si possa augurare sarebbe quello di non leggere per un giorno nessuna notizia.
Pensa, un giornale completamente bianco: nessuna notizia né buona né cattiva.
Sarebbe un gran bel compromesso non trovi?
Si fermò un istante ad osservare la classe, la maestra era intenta a riordinare alcuni fogli, mentre i suoi compagni sembravano presi quanto lui dal loro compito.
Già questo gli parve strano: anche i più vivaci della classe, quelli che erano soliti sorbirsi i rimproveri e le punizioni più pesanti, erano molto presi da ciò che stavano facendo.
Rilesse un paio di volte il suo tema e poi riprese a scrivere.
“Forse ti sembrerà strano che abbia già scritto così tanto, e sincerità per sincerità, devo ammettere che anche a me fa un certo effetto. Non mi ero mai divertito così tanto a scrivere, te lo giuro!”
Tornò a sorridere ripensando a quella strana sensazione che lo avvolgeva.
“Lo so, lo so, non c’è bisogno che me lo ricordi: sto girando attorno al problema. Ma ti assicuro che non è facile. Potrei scriverti quello che vorrei: mi piacerebbe avere un sacco di regali, certo, per esempio un bicicletta nuova, o un nuovo guantone da baseball o perché no anche tutte e due insieme.
E invece, no, amico mio. Niente lista dei regali. Niente cose materiali. Quello che vorrei è così lungo che tu non basti nemmeno per poterlo indicare.
Quindi mi limiterò a farti un riassuntino, sempre che tu sia d’accordo.
Allora iniziamo? Hai voglia di stare a sentire?
Prima cosa: Niente guerre. Ecco cosa vorrei. Vorrei davvero svegliarmi e poter leggere su un giornale che in nessun paese al mondo ci sia stato uno scontro. Nulla.
Seconda cosa: Niente fame, miseria e povertà. E non ridere sai? Lo so cosa stai pensando. Che sono il solito sognatore, il solito illuso, che se voglio riempire un foglio di cose serie e vere, dovrei scrivere proprio del contrario.
Terza cosa: niente malattie, niente sofferenza. Mi da pena sapere che c’è un sacco di gente che soffre negli ospedali, o peggio ancora che non ha nemmeno le medicine per curarsi. Chiedo troppo? Questo è quello che vorrei, questo è quello che mi aspetto!
Temo di si, chiedo troppo, lo so. Ragion per cui non chiederò altro. Sarò forse patetico come pensi tu, ma queste sono le cose che vorrei.”
Si fermò un istante e il pensiero volò al ricordo del viso di suo padre, sapendo che tra qualche giorno l’avrebbe rivisto e già quello gli sembrava un grande regalo. Poi tornò a rivolgere la sua attenzione al foglio, a quello stupido foglio bianco che ormai tanto bianco non era, restando ancora assorto nei suoi pensieri.
Infine prese la penna e senza aggiungere altro scrisse. FINE.

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